8. dic, 2015

Al telefono la voce suona agitata: ”La situazione è insostenibile: non siamo preoccupati tanto per noi, quanto per il bambino, ormai non gli lasciamo tenere più il guinzaglio in mano per paura che Jasper lo coinvolga in una rissa con altri cani; la prego, cerchi di venire non appena può”.

Il sabato successivo sono già alla porta in attesa di conoscere Jasper, un meticcio di due anni, resosi già noto nel circondario con il soprannome di “Attila del Tuscolano” per via delle sue bellicose intemperanze rivolte verso ogni altro cane gli capiti sotto tiro.

Vengo accolta calorosamente da Leila, ma dal suo sorriso traspare una nota di nervosismo; di contro Sandro, il marito, entra pragmaticamente nel merito: “ Abbiamo adottato Jasper da circa tre mesi: all’inizio tutto filava liscio e noi tutti ci siamo innamorati di lui. Poi le cose sono cambiate in maniera abbastanza repentina: Jasper ha iniziato dapprima a ringhiare, dopodiché è stato un crescendo fino ad oggi quando, non appena si accorge che un cane è nei paraggi, sembra “impazzire”: scatta in avanti, e, sempre tirando al guinzaglio, ringhia e abbaia in maniera davvero impressionante come se volesse massacrare il poveretto che gli sta di fronte, ma quando riusciamo ad allontanarlo, eccolo lì che ritorna il cane normalissimo e mansueto che vede adesso; ormai tutti i proprietari di cani del circondario ci riconoscono, e quando ci vedono si affrettano ad allontanarsi, e la cosa comincia ad essere molto frustrante”.

Lancio uno sguardo a Jasper-Attila che, acciambellato nella sua cuccia imbottita, tutto intento a masticare con gusto un pollo di gomma, non fa molto onore al suo soprannome.

E’ il caso di approfondire:

“Ho bisogno di più informazioni: da dove proviene? Cosa sapete del suo passato? Perché avete scelto proprio lui?”

“Jasper è stato adottato circa tre mesi fa da un canile, era un trovatello e quindi nessuno ha saputo darci notizie circa il periodo precedente al ritrovamento; lo abbiamo scelto perché era il cane più piccolo e magro fra quelli tenuti nel suo box: i gestori del canile ci hanno riferito che a volte, per permettergli di mangiare, dovevano allontanarlo dai suoi coinquilini che, altrimenti, tendevano a prevaricarlo monopolizzando per sé tutto il cibo”.

“Avete mai assistito ad una sua rissa?”

“No, per fortuna fino ad ora siamo riusciti sempre ad impedirlo, ma siamo molto in ansia per quello che potrebbe capitare, tant’è vero che, se  la situazione non si risolve, abbiamo pensato di riportarlo indietro al canile”

“NOOO!!!”

La porta si spalanca d’improvviso e appaiono due occhioni neri e angosciati.

“Davide, cosa fai qui? Ti avevo detto di restare in camera tua!”

Il bimbo non ascolta e si slancia ad abbracciare il cane, mentre Jasper abbandona la preda di gomma e mugola felice agitando la coda.

“Noi non abbandoneremo mai Jasper, vero mamma? Vero papà?”

Leila e Sandro si guardano sopraffatti, poi la mamma prende il piccolo per mano: ”Vedrai che tutto si sistemerà: questa Signora è venuta apposta per aiutarci, nel frattempo fai il bravo e andiamo in cucina a fare merenda”.

Faccio in tempo a captare una muta implorazione da parte di Davide mentre viene condotto via.

“C’è un’altra cosa che debbo dirle” – Sandro aggiunge abbassando la voce – “Davide è stato adottato, e lo sa; io e Leila abbiamo pensato che fosse bene per lui esserne a conoscenza, e quindi gli abbiamo detto che mamma e papà lo hanno scelto per tenerlo sempre con loro; ora però credo che il bambino abbia somatizzato la situazione con Jasper, e non vorrei mai credesse che possiamo abbandonarlo in caso ci fossero problemi”.

“Capisco…” assicuro, mentre sempre più chiaro si va delineando il piano di intervento.

“Questo è quello che credo sia successo” Annuncio quando Leila ritorna e il gruppo è ricomposto.

“Jasper se l’è vista brutta nel canile, dove aveva la  peggio nel competere con gli altri cani per ottenere accesso alle risorse per lui importanti come il cibo; è quindi logico che abbia sviluppato una certa avversione nei confronti dei suoi conspecifici; di contro, quando voi l’avete adottato, si è sentito finalmente parte di un branco che lo accettava, gli riservava attenzioni e lo faceva sentire al sicuro; è quindi normale che, una volta ritrovate le forze, e conseguita una certa fiducia in sé si sia posto in condizione di “difesa” nei confronti di questo “Eden” conquistato; in pratica: con gli abbai e le minacce Jasper tenta di tenere alla larga i suoi “nemici” da quello che ritiene sia “roba sua”, e cioè voi e la sua nuova posizione acquisita, affinché nessuno si azzardi a rubarvi a lui; non escludo che, se lasciato libero di agire, il cane non porti a termine le sue minacce, ma data la situazione non proverei a verificarlo”.

Leila sospira e lancia uno sguardo compassionevole verso Jasper che, di rimando, la guarda interrogativo, ma Sandro incalza: “ E quindi cosa ci suggerisce di fare?”

“Innanzitutto dobbiamo procedere ad un ricondizionamento: dovremo cioè fornire a Jasper una nuova “rilettura” dei suoi simili associando una sensazione positiva ad ogni contatto con loro; io propenderei, vista la problematica specifica, di lavorare sulla sua motivazione alimentare: frazionate il suo pasto in più razioni, o servitevi di snack pronti; ogni qual volta il vostro cane si troverà ad incrociare uno dei suoi attuali nemici, ditegli di sedersi e ricompensatelo con il cibo che avete portato con voi. Dovrete star molto attenti a calcolare bene le distanze e ad imporgli la calma prima che sia scattato all’attacco; inizierete partendo da una distanza “neutra”, da dove cioè Jasper non si sente minacciato per poi passare ad accorciare le misure; mi raccomando, se “Attila” riuscirà a rimanere tranquillo dopo che l’altro cane sarà passato oltre, lodatelo facendogli capire che si è comportato bene”.

“Inizieremo da subito” promette Leila

“Bene, risentiamoci tra quindici giorni per fare il punto della situazione, nel frattempo salutatemi Davide e mi raccomando, per qualsiasi novità chiamatemi”.

Dopo quindici giorni esatti, il telefono squilla: “Pronto Lodovica, sono Leila, volevo darle notizie della terapia: abbiamo seguito le indicazioni, all’inizio non è stato facile perché Jasper attaccava prima che noi facessimo in tempo ad intervenire, e poi c’è stato da calibrare le distanze, ma poi ci abbiamo preso la mano, e ora devo dirle che Jasper è molto migliorato e si sta comportando davvero bene, anzi, le dirò di più: abbiamo chiesto la collaborazione di alcuni proprietari che ci hanno aiutato con i loro cani per gli esercizi, e così, dimostrando la nostra buona volontà, abbiamo ricomposto le diatribe con il vicinato: ora le cose vanno migliorando di giorno in giorno ,e, a proposito, Davide le manda un “bacio grande”, come dice lui…”

Sono le notizie che aspettavo e sono sollevata nel sentirle, ma il lavoro non è completo.

“Sono molto felice per voi, ora non resta che consolidare il comportamento passando all’eliminazione dei premi alimentari, dopodiché risocializzeremo Jasper con i suoi simili: è ora che ritrovi il gusto di  correre in libertà e azzuffarsi con gli altri cani, ma questa volta sarà per gioco…”.

8. dic, 2015

E’ una grigia giornata di pioggia quando suono al citofono per annunciare la mia visita: oltre al giaccone impermeabile  ho deciso di indossare i miei scarponcini alti, ma questi non per ragioni legate alle intemperie.

Sono stata avvisata in anticipo: “Il mio cane morde: tutti i nostri visitatori sono stati “marchiati” dal nostro volpino ameno una volta; oramai non sappiamo più cosa fare, non funziona nessun metodo con lui!”.

Non ho bisogno di individuare l’appartamento: un abbaio insistente mi conduce alla porta che viene aperta con circospezione mentre, all’interno, i tentativi di ammansire la “belva” vengono sommersi dagli insistenti vocalizzi di un fremente esserino lungocrinito.

Valeria mi porge la mano desolata; sorrido per rassicurarla: “Va tutto bene, vediamo come si comporta, intanto mi parli del problema”.

Rimaniamo in piedi nell’ingresso, mentre Bijou, il volpino, si produce nel suo migliore, e secondo lui terrificante, repertorio: abbai, ringhi e assalti intimidatori; mentre ascolto Valeria storno lo sguardo dall’esserino inferocito ma continuo ad osservarlo con la coda dell’occhio: lo sguardo fiammeggiante, la muscolatura rigida e ottime corde vocali mi fanno capire chiaramente di non essere ospite gradito.

A questo punto è giunto il momento di azzardare la prova estrema: facendo affidamento sui miei amati scarponcini, azzardo un paio di passi nella sua direzione: Bijou è sorpreso, arretra con un balzo, sembra per un attimo smarrito, ma il suo disorientamento dura poco, e da subito riprende il suo rumoroso repertorio enfatizzando ancor più i segnali aggressivi.

Ho capito.

Proseguo con calma e decisione fino  sedermi sul divano, rilasso la muscolatura, e sempre volgendomi di profilo, inizio a sbadigliare socchiudendo gli occhi. La mia ospite è un po’ basita; le dico di non preoccuparsi, non sono maleducata o impazzita, sto solo comunicando con Bijou che, nel frattempo, è balzato sula spalliera del sofà e sta pericolosamente avvicinandosi a me ed alle mie parti più indifese. Lo lascio fare tenendolo sempre prudentemente sott’occhio.

Nel frattempo vengo a sapere molte cose circa la storia del famigerato teppista: Bijou viene da una cucciolata fatta in casa, tenuto con i fratelli fino a poco più di due mesi, è stato poi regalato dal ragazzo della figlia sedicenne come dono di “fidanzamento”. Per i primi tempi tutto è andato bene, anzi, il, piccolo veniva portato spesso in giro dalla ragazza che aveva piacere di presentarlo ai suoi amici che si intenerivano alla vista del batuffoletto bianco ospite fisso della borsa della giovane, poi improvvisamente, Bijou è “impazzito” e ha cominciato a mordere  a destra e a manca tutti quelli che gli si avvicinavano, fino al punto che ora sia Valeria che Costanza, la figlia, non si azzardano a farlo uscire che per soli 10 minuti giorno, di sera, quando è più improbabile che incontri qualcuno.

La faccenda è seria, e capisco che il piccolo, che sì è nel frattempo calmato e ed ha rinunciato al paventato spargimento del mio sangue, non ha vita facile.

Chiedo di parlare anche con Costanza: la ragazza è in casa e non ha difficoltà ad incontrarmi; stringo quindi la mano ad una graziosa sedicenne in felpa azzurra e deliziose pantofole a forma di coniglio; mentre ascolto la versione della ragazza Bijou mi abbandona per andare ad attaccarsi ad un “coniglio” della giovane ingaggiando così un tira-e-molla con  il piede di Costanza, mentre questa, continuando a giocare con il cagnolino, inizia a darmi ulteriori informazioni.

“Spiegami bene cosa di solito accadeva durante le vostre uscite” le domando prendendo appunti.

“Nulla in particolare: in genere uscivamo insieme, io, siccome era proprio piccolo, lo tenevo per precauzione nel mio borsone, lo facevo vedere ai miei amici che lo trovavano dolcissimo, poi, un giorno, ha cominciato a rispondere alle loro attenzioni ringhiando e mordendo, da allora ho tentato di tutto: l’ho sgridato, gli ho dato le pacchette sul sederino per redarguirlo, ma lui niente: non appena vedeva qualcuno iniziava a ringhiare e, se questi si avvicinava troppo, rimediava anche un bel morso!”.

A questo punto il quadro si va raffigurando chiaramente: “Non è per caso che qualche tuo amico è stato un po’ troppo brusco nel presentarsi a Bijou? “ chiedo.

“Assolutamente no, erano tutti molto carini con lui!” E’ la replica della ragazza.

“Uhm, siamo proprio sicuri? Intendo: non è che qualcuno, magari per scherzare, ha un po’ esagerato con lui? ” Insisto fissandola.

Costanza riflette un attimo, quando rialza gli occhi non si rivolge più a me, ma alla mamma: “Beh, forse, ma non è stata colpa mia, io non volevo, ma Luca e Nick lo sai come sono fatti, non gli hanno fatto male, loro scherzavano, lo hanno solo stuzzicato un po’ per farlo arrabbiare perché volevano vedere cosa faceva, lui alla fine ha reagito mordendo il dito di Nick e così io l’ho portato via!”

A questo punto mi sento d poter fornire la mia spiegazione: “ E questo è bastato per insegnargli che, considerato che gli umani sono creature poco affidabili e forse anche pericolose, è bene non lasciarli avvicinare e, in caso, attaccarli mordendo - perché è così che  ha imparato ad allontanare il rischio - tanto più che la presenza di persone molto spesso veniva associata anche a  pacche e sgridate; e questa “tattica”, così concepita, ha poi funzionato magnificamente: ogni persona che veniva minacciata si ritirava, e chi non lo faceva veniva definitivamente respinto a suon di morsi”

Costanza è mortificata e abbassa il capo davanti allo sguardo di rimprovero della madre, ha capito e vorrebbe riparare, lei vuol bene a Bijou, ma dobbiamo reimpostare da capo l’intera relazione, devo quindi assicurarmi che sia intenzionata a dedicare tempo e impegno al progetto, e quindi le espongo il mio piano: “Prima di tutto ricordiamoci che Bijou è un cane, e come tale ha bisogno di  camminare, correre, esplorare, ispezionare, e quindi butta via il borsone e inizia a portarlo a passeggio più spesso con te, senza amici per ora, mi raccomando, solo tu e lui e magari la mamma; smetti di giocare al tira-e-molla e insegnagli qualche altro gioco che può fare con te che non preveda l’utilizzo del morso; insegnagli inoltre i comandi base come il “seduto”, il “resta” e il “vieni”. Te la senti?”

La ragazza è sollevata, mi sorride e promette: farà tutto quello che le ho prescritto; ma è bene che lo sappia: “Questo è solo l’inizio: occorrerà tempo e dovrai seguire altre indicazioni che via via ti illustrerò, ma tutto sarà per il bene di Bijou che alla fine capirà che gli umani, nonostante a volte siano davvero inaffidabili, sono in genere brava gente, e che lo stare insieme può riservare ad un cane equilibrato curiose e piacevoli sorprese.”

 

3. dic, 2015

 

Infine mi devo decidere, è ora di richiamare Maria Pia.

Ha saltato due “check point”, i traguardi periodici in cui ci si sente con l’adopter per fare il punto della situazione e procedere oltre con la terapia comportamentale o dichiarare il caso risolto; il fatto che non si sia fatta sentire non mi dice nulla di buono, per questo le ho lasciato del tempo in più, ma ora non è più il caso di procrastinare.

Prima della telefonata dò un’occhiata alla relazione che ho stilato in occasione della prima visita:

June è una lupoide di tre mesi, adottata appena compiuti i due mesi da Maria Pia, una bella donna sulla quarantina trasferitasi da una città del meridione in seguito al suo matrimonio con Roberto, celebrato nel mese di giugno e  commemorato nel nome della cagnolina.

La cucciola veniva tenuta costantemente in casa, in quanto l’adopter era contraria a farla uscire prima che tutta la serie della profilassi non fosse conclusa. Purtroppo questo lasso di tempo coincide anche con i periodi “sensibili” del cane, dove sarebbe consigliabile agevolare tutta una serie di socializzazioni e scoperte ambientali che l’accompagneranno poi  per tutta la vita, avevo quindi suggerito di far uscire in passeggiata la piccola June in luoghi sicuri, ma il netto rifiuto della proprietaria mi aveva disarmato.

Non era quello, comunque, il problema per cui ero stata convocata: June, mi fu riferito,  risultava aggressiva verso il marito di Maria Pia, a suo dire gli mordeva mani e caviglie con “cattiveria”, e Roberto, già inizialmente contrario all’adozione, faceva pressioni sulla moglie affinché la ridesse indietro; inoltre la piccola era distruttiva, riduceva cioè a mal partito tutti gli oggetti con i quali aveva tempo e modo di “intrattenersi”, il ché, purtroppo, comprendeva anche gli effetti personali di entrambe i coniugi.

Ma Maria Pia teneva duro, anche perché aveva fortemente voluto la cucciola per sé; senza figli e lontano dalla sua amata città sul mare, si era sentita alquanto sola; il marito lavorava da mattina a sera inoltrata e la piccola June era per lei l’unico diversivo e, come  mi aveva confidato, anche la sua  consolazione.

Era evidente che le cose tra i coniugi non andavano  benissimo, e la cosa mi fu confermata durante la mia prima visita quando, dopo aver espressamente richiesto la presenza di entrambe, mi ero ritrovata accolta dalla sola donna che si scusò: “Mio marito non è interessato alla faccenda, non vede l’ora che mi decida a sbarazzarmene, non la guarda quasi mai se non per sgridarla quando fa la “cattiva” e prendersela con me perché la difendo.”

La situazione era delicata ed era proprio il caso di intervenire nella dinamica relazionale, ma le mie competenze non potevano travalicare il mio indirizzo zooantropologico, e quindi dovevo limitarmi a dare indicazioni in riferimento al rapporto con la cagnolina.

“Chissà, se riusciamo a mostrare a suo marito il lato amabile di June, è possibile che le si affezioni, d’altra parte è una cucciolotta deliziosa.” E infatti la piccola, incuriosita dalla nuova presenza in casa, mi osservava da un cantuccio del soggiorno piegando la testolina di lato, come a  dire “Chi sei? Cosa fai? Vuoi mica giocare con me?”

Avevo quindi spiegato a Maria Pia che per i cuccioli è normale usare la bocca per comunicare ed esplorare, e che quindi era necessario intervenire per insegnarle a moderare il morso.

“Quando giocate con lei , non appena esagera e inizia a stringere troppo, dovrete emettere un verso acuto, come il “Caiin!” che usano i cani quando accusano un dolore improvviso, se questo non dovesse bastare dovrete immobilizzarvi ed interrompere ogni interazione con lei, magari incrociando le braccia e guardando altrove; solo quando si calmerà potrete ridarle attenzione e riprendere magari il gioco in maniera più pacata.”

Oltre a quello, rilessi nel report, mi ero raccomandata di farla uscire il prima possibile e di farle fare parecchia attività all’aria aperta, il ché le avrebbe permesso di scaricare tutte quelle energie normalmente presenti in un cucciolo e che è consigliabile non comprimere; con l’occasione le avevo anche raccomandato di badare a non lasciarle a disposizione altro che giochi masticabili o oggetti di nessun valore sui quali potesse sfogarsi a piacere.

“Vediamo come è andata” penso ora componendo il numero del cellulare di Maria Pia.

“Salve Maria Pia, sono Lodovica, le telefonavo per sapere se ci sono novità riguardo a June”

“Ah, sì, è vero, mi scusi, avrei dovuto telefonarle, ma purtroppo non abbiamo fatto alcun progresso: continua a mordere mio marito; lui l’ha picchiata con un giornale arrotolato, ma lei non ha smesso.”

“Con cosa?!  Ma non è quello che le avevo detto di fare! E lei Maria Pia, come si è comportata quando questo è successo?”

“Mi è dispiaciuto tanto per lei, l’ho presa in braccio e l’ho portata via, e ce n’è voluto per rassicurarla poi”

“Ma il conforto e le coccole per June significano che lei approva quello che ha fatto, e quindi sarà portata a reiterare il comportamento la prossima volta”

“E infatti il giorno dopo è tornata ad attaccarsi alle caviglie di Roberto”

“E allora, come vi ho già detto, dovete entrambe interrompere il contatto con lei, se è il caso anche uscendo dalla stanza chiudendovi la porta alle spalle, e  non darle ascolto fino a quando non si calma”

“Non so più che fare: mio marito è sempre più arrabbiato con noi”

“Se vuole possiamo vederci tutti e tre insieme in modo che possa illustrare anche a lui i comportamenti e rispondere a tutte le sue domande”

“No, non vuole saperne, per lui è tutto tempo sprecato, e poi si arrabbia per i danni che June ancora gli fa”

“Ma ha fatto come le ho detto? Ha tolto di mezzo gli oggetti che non deve toccare?

“I miei sì, ma quelli di mio marito no, anzi, ogni volta che gli mastica qualcosa le dico “brava!”  così lui impara….”

"Aargh…!"